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C’è qualcosa di nuovo, nell’aria…

Sta accadendo qualcosa di straordinariamente nuovo, un “salto quantico” rispetto all’universo del maschile: sono quelle consapevolezze che cogli dai piccoli dettagli, da qualcosa che accade e che, inevitabilmente cambia definitivamente le cose, le prospettive, come quando cammini in montagna e salendo vedi più in là, come quando raggiungi nuove consapevolezze e nulla può essere più come prima…
Ho tenuto in questi giorni un ciclo di incontri presso un Liceo sul tema delle dinamiche relazionali tra genitori e figli: sono stati incontri di crescita reciproca, serate piacevoli, in cui si è respirata un’aria positiva, nell’ottica di voler capire.
Ciò che di nuovo è accaduto è stata la partecipazione dei padri, uomini che desiderano essere profondamente protagonisti della paternità, consapevoli che il loro è un ruolo insostituibile, che un padre assente o distante causa un profondo disagio nei figli, ragazzi che spesso impiegano poi molti anni per “liberarsi” da una figura che hanno mitizzato (in positivo o negativo) per non averla mai incontrata davvero, per non averla mai “interiorizzata”.
I fiumi, anche se pieni di acqua fredda e pericolosa vanno attraversati, ed è questo l’unico modo per andare oltre: bagnarsi, nuotare, e raggiungere davvero l’altra sponda del fiume.

Rimanere sulla riva, stare fermi significa guardare il mondo da una solo prospettiva, aspettando invano che qualcuno ci venga a prendere e ci porti al di là, ma essere uomini significa attraversare il “padre”, introiettarlo e farlo nostro, vivere la mascolinità con i nostri valori e gli obiettivi che ci poniamo… come uomini. Nessuno può vivere al posto nostro, nessuno ti può più sostenere come accadeva da bambino ed i tuoi genitori rispondevano ad ogni bisogno.
Hai avuto, ora devi dare.

Grazie Uomini per la vostra presenza e partecipazione agli incontri.

È la giusta strada, percorriamola.

M.C.

Uomini che scappano

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Moreno se ne è andato, senza alcun preavviso, un venerdì mattina, quando non c’era nessuno in casa e da allora non si fa più vivo, né con la moglie né tantomeno con il figlio Alessio, di appena quattro anni… Moreno non è riuscito ad accettare questo bambino, ed il suo essere “diverso” quanto è stato certificato a scuola come affetto da iperattività ed è quindi seguito da un’insegnante di sostegno.

Gli uomini fanno sogni e progetti sui figli, vogliono essere orgogliosi e fieri di loro, poter dire un giorno: questo campione è mio figlio, questo avvocato, ingegnere, sportivo affermato, è in qualche modo una mia “emanazione”, il suo successo è, evidentemente, anche il mio.

Gli uomini devono essere prestanti, questo impone la società occidentale e, soprattutto, loro chiedono a se stessi: le mezze misure non esistono, la mediocrità è bandita, gli insicuri, i “deboli” , i “mollicci” sono allontanati con disprezzo. – Questo non può essere mio figlio – pensa Moreno, – io non posso aver generato questo “mostro!”.

Questa inestinguibile sete di successo, denaro, riconoscimento spinge le persone a voler essere “super”, a non riuscire a crescere rispetto al desiderio di un bambino di essere un supereroe, un “sogno” legittimo quando si ha meno di dodici anni, proprio per il fatto che il bimbo non si sente all’altezza e così sogna di essere altro da se stesso, di essere importante, applaudito, riconosciuto, invidiato.

Il fatto di non riuscire ad accettare le proprie debolezze e fragilità fa sì che non si sia in grado di accettarle neppure negli altri, soprattutto nei nostri figli, sangue del nostro sangue.

Quindi o sei un “figo della madonna” o non sei nessuno sembra essere l’imperativo a cui assoggettarsi, l’obiettivo principale, troppo spesso irraggiungibile… un target da raggiungere a qualsiasi costo, con qualsiasi mezzo, facendosi “largo” tra la folla, usando pastiglie che migliorano le performance mentali, relazionali e naturalmente anche il fisico, sostanze che spesso producono negli uomini una rabbia dirompente che come il napalm uccide le forme di vita vicine.

La vera sfida di questi decenni è la profonda accettazione della meraviglia della nostra unicità, del nostro essere fragili e proprio per questo profondamente veri, autentici; se sappiamo essere consapevolmente felici di ciò che siamo guarderemo anche agli altri con serena compassione per i loro sbagli, le loro debolezze. Meglio un mondo di uomini che di supereroi.

 

Anche questo fa di un uomo un Uomo.

Uomini e disagio esistenziale

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Ci sono uomini profondamente a disagio, angosciati da un’esistenza che non riconoscono più come accettabile, uomini che vorrebbero non esistere, che vorrebbero perdersi nei meandri della nebbia del nulla, sparire da tutto e tutti ed allontanare, una volta per tutte, quell’angoscia che li destabilizza.

Il ricorso a psicofarmaci da parte dei maschi sta aumentando in modo sensibile: gli uomini negli ultimi decenni stanno sperimentando, probabilmente per la prima volta nella storia, il disagio di vivere, emozioni e sensazioni che prima erano riservate solo ai poeti, ai musicisti, agli artisti in genere… oppure ai gay.

Ci sono quindi uomini implosivi, che “assorbono” rimproveri, critiche, ingiunzioni e li trasformano in polvere d sparo, ed accumulano… accumulano. Ognuno ha una polveriera più o meno grande, una riserva che è sempre a rischio di esplosione, e più è grande la quantità di polvere, maggiore sarà la deflagrazione e i danni che quest’uomo farà. A sé e alle persone attorno a sé.

Gli uomini sono per lo più esplosivi, nel senso che il disagio, la rabbia che sentono la “buttano fuori”, se ne liberano e stanno meglio, eppure ci sono uomini perennemente arrabbiati, che sentono un disagio immenso e non riescono mai ad esaurire questa enorme miniera di negatività: la percepiscono attorno a sé perché in realtà ne è pieno il loro cuore, criticano tutti perché sono stati per primi criticati e si sentono inferiori agli altri, in una visione del mondo che è sempre up-down, in cui c’è sempre qualcuno che è più in gamba di qualcun altro, c’è sempre un Fantozzi da far sentire merdaccia.

Le critiche e le ingiunzioni ricevute da bambini sono macigni pesanti che condizionano inesorabilmente la visione del mondo di ciascun soggetto. Se a casa ci hanno insegnato che “gli altri” sono inaffidabili, incompetenti, sbagliati, brutti, cattivi, bugiardi, neri, froci ecc. faremo molta fatica ad essere obiettivi e a capire che ci sono sì persone da evitare, ma anche persone a cui aprire il cuore, a cui permettere di entrare dentro di noi e danzare la sinfonia della vita.

Lo sanno bene gli insegnanti, è facile intuire che ambiente familiare c’è dietro un alunno e, casualmente, alle spalle di un bambino problematico esiste quasi sempre un adulto problematico. C’è quindi una grande responsabilità, di noi adulti e di noi maschi, la responsabilità di pensare a noi, al nostro benessere interiore, a capire il motivo del nostro disagio, a crescere e diventare adulti: i bambini non possono essere educati da altri bambini…

 

Anche questo fa di un uomo un Uomo

Trump, il macho che piace


Ha vinto lui, contro ogni aspettativa, ribaltando tutti gli autorevoli sondaggi e le convinzioni degli opinionisti politici, contro addirittura qualche membro del suo partito che quando ha sentito “puzza di sconfitta” si è tirato indietro per non farsi del male: la disfatta è sempre orfana e non piace a nessuno, meglio scendere quanto prima dal carro dei perdenti.

Un uomo bizzarro e strampalato Trump, l’icona del politicamente scorretto, l’immagine del self made man che piace tanto agli occidentali ed agli Americani in particolare, che incarna perfettamente gli ideali (o mancanza di ideali) dell’Americano medio, ma che nel momento del voto vale uno (una testa=un voto).

Abbiamo parlato più volte, in questo blog di sindrome da Telemaco (il figlio di Ulisse che ha atteso per anni il ritorno del padre), della “nostalgia” dell’uomo forte, che sistema le situazioni difficili, a cui ci si può affidare, un uomo deciso e decisionista, leggermente aggressivo e senza fronzoli, che dice pane al pane e vino al vino, che ha un rapporto di dominio-sottomissione con le donne ma anche con gli uomini, per il fatto che è ricchissimo, e potente.

Le persone desiderano quindi delegare a Trump ciò che non riescono a fare, ambiscono in fondo essere come lui, uomini di successo, ammirati, invidiati, di quell’invidia che fa stare bene perché conferma una visione up-down del mondo e delle persone, dove ci sono pochi up e molti down e Trump è indubbiamente uno Up.

Quando le persone sono consapevoli di essere esse stesse protagoniste del proprio destino, che il responsabile dei propri problemi e delle debolezze lo si trova riflesso nello specchio del bagno quando ci guardiamo al mattino, viene meno il desiderio di un eroe che ci toglie dai guai, infatti per gli adulti il padre non è più l’eroe che spiana la strada e ci fa da “spazzaneve”.

Oramai siamo grandi, e dobbiamo cavarcela da soli, con le nostre energie e capacità.

Io non voglio chiedere scusa…

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Non voglio chiedere scusa se il primo pensiero del mattino è fare l’amore con te.

Non voglio chiedere scusa se a volte ho bisogno di stare da solo, anche lontano, senza vedere nessuno e rimanere con me ad inseguire i pensieri, i ricordi, le emozioni che mi permetto di ascoltare.

Non voglio chiedere scusa quando sento il bisogno di stare con gli amici di sempre e vivere tra uomini il nostro essere maschi… come uscire in moto, ed esplorare i confini del mondo, o salire sulle cime, per guardare tutto da lontano e sentirmi per qualche istante infinito…

Non voglio chiedere scusa quando sento l’irrefrenabile desiderio di sbatterti sul letto e scoparti.

Non voglio chiedere scusa quando ho un problema e l’unica soluzione che conosco è pensarci da solo senza sentirmi in dovere di condividerlo: io voglio trovare in me la forza per uscirne. Da solo.

Non voglio chiedere scusa se sento il bisogno antico e naturale di lotta e scontro, il richiamo potente della guerra, di imbracciare un’arma e sparare.

Non voglio chiedere scusa quando desidero educare i nostri figli in modo differente da te, io sono diverso e non vivo la genitorialità come la vivi tu.

Non voglio chiedere scusa quando manifesto la mia parte oscura, il primitivo, il guerriero che abita in me, che chiede spazio e pretende ascolto. Ci sono aspetti di me che non sempre capisco ma che voglio accogliere, perché mi appartengono.

Io non voglio chiedere scusa per essere un uomo, perché questo è un uomo.

Padri assenti – II° parte

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Gli uomini del nuovo millennio hanno una profonda nostalgia del maschile, di qualcuno che porti ordine alla loro vita: un’esistenza che sentono contraddittoria, fragile, senza punti di riferimento, senza una “mission” ed una “vision”.

Gli psicologi la definiscono sindrome di Telemaco, dal nome del figlio di Ulisse che per anni ha atteso con ansia il ritorno del Padre, un uomo forte e coraggioso che riporti ordine e regole in un regno comandato dai “Proci” i 108 giovani nobili di Itaca e dei territori vicini che aspiravano al trono di Ulisse contendendosi la mano di Penelope, sposa del re con “l’effetto collaterale” di anestetizzare la mascolinità del figlio.

Gli uomini oggi non hanno punti di riferimento, valori per cui combattere e forse morire, non sanno più qual è il proprio ruolo in una società, almeno quella occidentale, sempre più “femminilizzata” che chiede agli uomini di essere compagni affettuosi e comprensivi, padri amorevoli e presenti, amanti originali e prestanti, professionisti affermati. Come è possibile soddisfare queste aspettative ed essere sempre all’altezza della situazione e delle aspettative che ho con me stesso e quelle che percepisco arrivarmi dalla società e del mondo femminile? Difficile. Molto.

Gli uomini del nuovo millennio, contrariamente a quanto avvenuto fino agli ultimi decenni hanno iniziato a guardarsi dentro, ad essere introspettivi e a (ri)trovare questi aspetti di sé di cui non erano abituati, emozioni come la paura ed il dolore che hanno sempre allontanato “corazzandosi” con un forte distacco da ciò che sentono. Tutto ciò che non percepisco non esiste… semplice, no?

Non vorrai mica piangere vero? Non sei una femminuccia! Queste (ed altre) ingiunzioni spesso possono determinare una decisione importante nel bambino: “non ascolterò le mie emozioni, io sono un maschio e voglio essere (dimostrare di essere) forte”. I maschi sono così.

Oggi gli uomini possono permettersi di essere fragili e deboli, ma sono sensazioni a cui non sono abituati, emozioni che rischiano di prendere il sopravvento sulle insicure personalità dei maschi, come vento che può dispiegare le vele e portare la nave al largo oppure far incagliare e distruggere la stessa nave se non è guidata da un marinaio esperto.

Anche la depressione, che viene “spacciata” per malattia (con i ringraziamenti delle case farmaceutiche) ma che in realtà può essere considerata un forte segnale di disagio, sta diventando compagna di viaggio dei maschi mentre fino a qualche decennio fa era prerogativa delle donne, da sempre abituate ad ascoltarsi, ad essere empatiche, a sentire il dolore e la paura, la rabbia implosiva e le ingiunzioni di una società che le vuole sempre “brave e composte”.

Gli uomini oggi “navigano a vista” e si sentono spesso come marinai in mezzo all’oceano senza punti di riferimento, quando i fari della terraferma sono troppo lontani e le stelle sono coperte da spesse nubi.

 

 

Padri assenti – I° parte

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Si discute molto, in questi ultimi anni, del nuovo ruolo che gli uomini, i padri, sono chiamati a ricoprire all’interno di una relazione di coppia e nel coinvolgimento educativo dei figli. I nuovi “assetti sociali” con famiglie sempre più monogenitoriali hanno allontanato spesso i figli dal padre, una figura piuttosto in crisi rispetto al proprio ruolo in famiglia, nella società.

Ma davvero i figli hanno bisogno di un padre? Questa provocatoria domanda nasce dalla consapevolezza che nei decenni e secoli che ci hanno preceduto il padre, per motivi che possono essere relativi al lavoro, alla guerra o alla morte prematura è sempre stato relegato al ruolo di “procacciatore di cibo”: un uomo proiettato all’esterno della famiglia, che si occupa del mantenimento della prole, mentre la donna dell’accudimento. Le cose hanno funzionato così, ed anche bene, per molto tempo.

Nei miei numerosi incontri formativi con gruppi di soli uomini ho notato che ogni maschio ha molti padri e, spesso, quello biologico non è tra questi. Ogni uomo ha più “uomini-padri” che gli hanno mostrato con i fatti, più che con le parole, cosa significa essere maschio, che ha manifestato nella quotidianità i propri valori come l’altruismo, la responsabilità verso la famiglia e l’azienda dove lavora, l’amore per un’altra persona e per i figli.

Non servono tante parole, infatti le persone attraverso le scelte quotidiane manifestano i propri valori, ciò che è per loro davvero importante: se ho tempo da dedicare ai miei figli significa che sono importanti, se sento il desiderio di vederli, sentirli, abbracciarli significa che tengo a loro, se manifesto il mio affetto per loro significa che li amo.

I nuovi padri sono chiamati a “strappare” i propri figli dalle braccia rassicuranti delle loro madri e passare del tempo con loro, guidarli nella natura per ritrovare il rapporto con la nostra parte primitiva e gli istinti, portarli dove ci sono animali per insegnarli il ciclo della vita e che prendersi cura di qualcuno comporta impegno e dedizione, accompagnarli a qualche mostra e nelle città d’art per fargli capire come la bellezza e la spiritualità fanno di una persona una grande persona.

Non rinunciamo a loro, soprattutto quando non sono come li abbiamo sognati e desiderati, soprattutto se non sono i più bravi a scuola, o nello sport, se non manifestano interesse per la nostra azienda o per la nostra professione… lasciamo scegliere a loro il proprio futuro.

Non rinunciamo a loro soprattutto quando manifestano il loro profondo disagio dicendo che non ci vogliono bene, che siamo dei pessimi padri, e che abbiamo sbagliato tutto, con loro. Le persone manifestano, urlano il proprio bisogno d’amore spesso con modalità “strane”, disfunzionali… e sta a noi, padri e uomini, capire cosa si cela dietro un silenzio ed un broncio, dare voce alle emozioni che i nostri figli non sanno esprimere, anche la rabbia, il dolore… se guarderemo dentro noi e saremo in grado di accettare ciò che siamo, con le nostre fragilità e contraddizioni, allora finalmente saremo in grado di ascoltare e capire i nostri figli. Si chiama empatia.

Anche questo fa di un uomo un Uomo