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C’è qualcosa di nuovo, nell’aria…

Sta accadendo qualcosa di straordinariamente nuovo, un “salto quantico” rispetto all’universo del maschile: sono quelle consapevolezze che cogli dai piccoli dettagli, da qualcosa che accade e che, inevitabilmente cambia definitivamente le cose, le prospettive, come quando cammini in montagna e salendo vedi più in là, come quando raggiungi nuove consapevolezze e nulla può essere più come prima…
Ho tenuto in questi giorni un ciclo di incontri presso un Liceo sul tema delle dinamiche relazionali tra genitori e figli: sono stati incontri di crescita reciproca, serate piacevoli, in cui si è respirata un’aria positiva, nell’ottica di voler capire.
Ciò che di nuovo è accaduto è stata la partecipazione dei padri, uomini che desiderano essere profondamente protagonisti della paternità, consapevoli che il loro è un ruolo insostituibile, che un padre assente o distante causa un profondo disagio nei figli, ragazzi che spesso impiegano poi molti anni per “liberarsi” da una figura che hanno mitizzato (in positivo o negativo) per non averla mai incontrata davvero, per non averla mai “interiorizzata”.
I fiumi, anche se pieni di acqua fredda e pericolosa vanno attraversati, ed è questo l’unico modo per andare oltre: bagnarsi, nuotare, e raggiungere davvero l’altra sponda del fiume.

Rimanere sulla riva, stare fermi significa guardare il mondo da una solo prospettiva, aspettando invano che qualcuno ci venga a prendere e ci porti al di là, ma essere uomini significa attraversare il “padre”, introiettarlo e farlo nostro, vivere la mascolinità con i nostri valori e gli obiettivi che ci poniamo… come uomini. Nessuno può vivere al posto nostro, nessuno ti può più sostenere come accadeva da bambino ed i tuoi genitori rispondevano ad ogni bisogno.
Hai avuto, ora devi dare.

Grazie Uomini per la vostra presenza e partecipazione agli incontri.

È la giusta strada, percorriamola.

M.C.

Vincere o divertirsi

Qualche giorno fa ho accompagnato mia figlia in palestra per “giocare a basket” . In realtà, visto la tenera età dei bambini (circa sei anni), l’allenatrice li fa divertire con giochi propedeutici e con grande gioia dei piccoli. Uno dei giochi di quel pomeriggio consisteva nel muoversi in modo casuale correndo all’interno del campo ed al fischio saltare dentro uno dei cerchi disposti per terra casualmente. La quantità dei cerchi era di un numero inferiore a quello dei bambini, per cui ad ogni turno un bambino rimaneva “fuori” e si sedeva in panchina a tifare per gli altri rimasti in gara.

I genitori presenti guardano attenti, divertiti, senza giustamente intervenire. Ma non lei, la mamma di Lucia, che suggerisce alla figlia di stare sempre vicino ad un cerchio in modo che al fischio possa entrarci velocemente e rimanere così in gioco. Gli altri bambini si muovono quindi come da indicazioni, lei invece no e cammina piano attorno al cerchio di plastica.

Sicuramente la mamma lo fa per “aiutare” la figlia, per insegnarle i “trucchi della vita” e vincere. Evidentemente per la madre vincere è davvero importante, più di giocare e divertirsi, perché ritiene che si sta bene solo se si vince, se si arriva prima degli altri, utilizzando la nostra intelligenza, utilizzando dei trucchi…
Quando Lucia all’ultimo “giro” viene superata da Manuel ed entra nel cerchio per seconda capisce di aver perso e scoppia in un doloroso pianto. Va dalla mamma che la consola, senza rendersi conto che i messaggi che con quel comportamento sono arrivati alla figlia potrebbero essere:
1)se io (madre) non ci sono non sei in grado di giocare, ti dico io come fare per…
2)l’importante è vincere, solo vincendo ci si diverte
3)se vuoi vincere devi farti furba… a scapito degli altri
4)perdere è davvero un dramma

Troppe volte noi genitori proiettiamo sui figli le nostre aspettative, le frustrazioni, le delusioni, chiedendo loro che siano, in qualche modo, il nostro riscatto, al nostra seconda opportunità.

Ma è la loro vita, non la nostra.

I bambini ci guardano.

M.C.

Contratto di Utilizzo del primo Smartphone di… stipulato unilateralmente da PAPA’ E MAMMa…

CONTRATTO di UTILIZZO del PRIMO SMARTPHONE di _______________ STIPULATO UNILATERALMENTE da PAPA’ e MAMMA e SOTTOSCRITTO da _________________

 

Caro ………, quel che segue è il contratto di utilizzo del tuo primo cellulare. Leggi con attenzione i punti che lo compongono, possiamo parlarne assieme e discuterne, ma una volta che lo avrai sottoscritto diventerà attivo e dovrai rispettarlo altrimenti il cellulare ti sarà requisito.

Sappiamo che la strada che stai percorrendo ti porterà a diventare un adulto curioso, attento, equilibrato e… responsabile! Il compito di noi genitori è quello di aiutarti, consigliarti e accompagnarti nel tuo percorso di crescita.
Il telefono che ti abbiamo “regalato” ti catapulta nel mondo del cyberspazio, sarai in contatto quotidiano con la tecnologia, strumento estremamente utile se usato a nostro vantaggio e non a svantaggio di altri. Per restare la persona che sei, sarà essenziale imparare a convivere con la tecnologia senza farsi dominare da essa!

Il telefono è di papà e mamma. Lo abbiamo comprato noi e abbiamo firmato il contratto telefonico che userai tu. Ci fidiamo di te e te lo prestiamo. A tutti potrai dire che è tuo!

Sapremo sempre qual è la chiave di accesso per sbloccare il telefono e non la useremo senza il tuo permesso. Ti suggeriamo di non condividerla con altri, neppure con un amico. Il telefono contiene cose tue, non fare in modo che qualche “burlone” possa avere la tentazione di entrarvi e farti uno scherzo.

Se suona… rispondi! È un telefono, serve per comunicare. Sii educato con tutti, ma non sentirti a disagio se dovrai dire “Ci sentiamo più tardi. Ora non posso. Scusami.”
Non provare mai a ignorare una telefonata se sullo schermo compare la scritta “mamma” o “papà”.

Il telefono dovrà essere spento dalle 20.00, quando spegni la luce dell’acquario! Anche tu, come i pesci hai bisogno di staccare la spina, ma… ricordati di mettere il cellulare in carica altrimenti non potrai riaccenderlo il giorno dopo. La notte tu riposi in camera, lui in cucina con la famiglia Telefonini.

Se ti capiterà di pensare che non puoi telefonare a una persona al fisso in questo momento, perché temi di disturbare o che rispondano i genitori dell’amico/a, fidati del tuo istinto e non chiamare o scrivere messaggi neppure al cellulare. Rispetta le altre famiglie come rispetti la tua.

Viene ricaricato mensilmente attingendo direttamente dal conto corrente di papà e mamma, questo fino al raggiungimento della soglia, l’eventuale eccesso sarà a tuo carico. Se il telefono cade e si rompe, fai un tuffo in piscina tenendolo in tasca… o scompare misteriosamente, sei responsabile del costo di riparazione o sostituzione che saranno prelevati dal tuo conto corrente … quindi, risparmia!

Non usare la tecnologia per mentire, deridere, ingannare o altro di cui ti potresti pentire. Non lasciarti coinvolgere in conversazioni che possono ferire qualcuno. Sii un buon amico, non ti mettere nei guai e non mettere nei guai gli altri. Se vieni coinvolto in una chat il cui pensiero non ti appartiene, non stare zitto perché chi tace acconsente! Con educazione esprimi il tuo parere in merito. Ricordati che l’intelligenza empatica ti permette di restare una persona di valore.

Non scrivere in un messaggio o in una mail qualcosa che non diresti guardando una persona negli occhi o qualcosa di cui ti vergogneresti di affrontare a voce con noi, un insegnante o un adulto di cui ti fidi e hai stima.

Spegnilo, mettilo in silenzioso, riponilo quando sei in un luogo pubblico con altre persone. Soprattutto se sei in un ristorante, cinema, mostra, chiesa, teatro… o mentre parli con qualcuno. La maleducazione non è parte di te, non permettere che la tecnologia ti cambi.

Non inviare o chiedere foto personali, riservate, intime… tue o di qualcun altro. Non imbarazzarti, potrai essere tentato di pensarlo/farlo e potrai sentirtelo chiedere. È molto rischioso e potrebbe rovinarti la vita a scuola, in paese, tra gli amici e anche da adulto. Il cyberspazio è molto più potente di te, arriva ovunque ed è praticamente impossibile eliminare ciò che vi è transitato come una foto, un video, un commento su facebook.

Non ti fidare degli sconosciuti nel cyberspazio come nella vita reale, ma accogli l’altro con disponibilità, non essere prevenuto. Non tutti quelli che incontrerai nella tua vita desidereranno il tuo bene e la tua felicità. Magari te ne offriranno una di apparente e temporanea, ma gli effetti potranno avere ripercussioni nella vita.

Incontrare realmente qualcuno che si è conosciuto in Rete può essere davvero pericoloso, neppure se ti ha inviato foto o l’hai visto su Skype o attraverso una video-chat. Diffida da chi ti dice di non parlarne ad altri o che adulandoti ti fa pensare che sia la cosa giusta da fare. Il giusto può essere fatto alla luce del sole e se ne può sempre parlare con mamma e papà.

Probabilmente farai qualche “casino”, non te ne preoccupare, succede anche a noi. Ad esempio potrà capitare che ti sia ritirato il telefono, non sarà una tragedia. Ci metteremo seduti, ne parleremo cercando di capire e ricominceremo da capo trovando nuove strategie. In una famiglia unita si fa così, ogni giorno si imparano cose nuove e insieme si sceglie quale via percorrere per raggiungere la meta.

Per visionare, consultare, scaricare… applicazioni, giochi, video e quant’altro da Internet ci consulteremo.

Noi siamo e saremo sempre dalla tua parte, ma questo comporta anche dirti qualche “no” per aiutarti a crescere e diventare un adulto che rispecchi la bella persona che già sei.
Speriamo che tu sia d’accordo con quanto letto nel contratto e che tu decida di sottoscriverlo. Perché lo speriamo? Perché abbiamo una gran voglia di iniziare a scambiarci messaggi con te.

Con infinito amore
mamma e papà

data, ………

 

Mauro Cason.

Lettera a Gesù bambino

Un tempo, quando non esisteva Babbo Natale, era Gesù Bambino a portare i doni, e ce n’erano per tutti, per chi era buono e per chi proprio buono non era, ma lo prometteva. Ma si sa, i bambini sono tutti buoni.

Oggi vorrei scrivere io, come padre, una lettera natalizia al mio bambino, o bambina, che sia.

In realtà, figlio mio, in qualche modo i regali me li fai tu, ogni giorno, quando mi guardi con quegli occhi puliti e sinceri e mi ami di un amore incondizionato. Lo so che crescendo non sarà più così, che ci saranno momenti difficili tra noi, e tensioni, ed incomprensioni, e silenzi. Ma oggi no, oggi ti esprimi e racconti come solo un bambino può fare: mi vedi grande, forte ed importante anche se io mi sento fragile ed inadeguato. Sentirmi un campione ed un eroe anche solo per te mi fa stare davvero bene… sai, la vita non è sempre facile, ci sono giorni difficili e momenti in cui le salite sembrano non finire mai, ma tu, con le tue piccole mani cerchi le mie, nella consapevolezza che io posso essere un rifugio, un “forte” dove rinchiudersi quando fuori infuria la battaglia. Ed io voglio esserlo, un luogo sicuro dove trovare amore e comprensione, stima e carezze, in modo che tu possa ripartire, ed andare lontano, lontano anche da me, nella consapevolezza che un giorno non avrai più davvero bisogno di me: quel giorno sentirò di essere padre, e guarderò con un sorriso ed una lacrima segreta il tuo andare con gambe forti ed una bussola per orientarti.

È questo ciò che devo fare, perché un uomo sa quasi sempre, dentro sé, ciò che è giusto e che non è giusto fare, sente che non é corretto scappare dalle proprie responsabilità, dalla propria missione.

Grazie per questo amore incondizionato, che va ben al di là del lavoro che faccio e dei soldi che guadagno, che supera ogni aspetto fisico, ogni mio disagio ed angoscia, perché per te io sono il miglior padre del mondo.

Grazie, Bambino, per i regali che mi porti a Natale, ed ogni giorno.

Tuo, padre.

 

Mauro Cason

Uomini che scappano

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Moreno se ne è andato, senza alcun preavviso, un venerdì mattina, quando non c’era nessuno in casa e da allora non si fa più vivo, né con la moglie né tantomeno con il figlio Alessio, di appena quattro anni… Moreno non è riuscito ad accettare questo bambino, ed il suo essere “diverso” quanto è stato certificato a scuola come affetto da iperattività ed è quindi seguito da un’insegnante di sostegno.

Gli uomini fanno sogni e progetti sui figli, vogliono essere orgogliosi e fieri di loro, poter dire un giorno: questo campione è mio figlio, questo avvocato, ingegnere, sportivo affermato, è in qualche modo una mia “emanazione”, il suo successo è, evidentemente, anche il mio.

Gli uomini devono essere prestanti, questo impone la società occidentale e, soprattutto, loro chiedono a se stessi: le mezze misure non esistono, la mediocrità è bandita, gli insicuri, i “deboli” , i “mollicci” sono allontanati con disprezzo. – Questo non può essere mio figlio – pensa Moreno, – io non posso aver generato questo “mostro!”.

Questa inestinguibile sete di successo, denaro, riconoscimento spinge le persone a voler essere “super”, a non riuscire a crescere rispetto al desiderio di un bambino di essere un supereroe, un “sogno” legittimo quando si ha meno di dodici anni, proprio per il fatto che il bimbo non si sente all’altezza e così sogna di essere altro da se stesso, di essere importante, applaudito, riconosciuto, invidiato.

Il fatto di non riuscire ad accettare le proprie debolezze e fragilità fa sì che non si sia in grado di accettarle neppure negli altri, soprattutto nei nostri figli, sangue del nostro sangue.

Quindi o sei un “figo della madonna” o non sei nessuno sembra essere l’imperativo a cui assoggettarsi, l’obiettivo principale, troppo spesso irraggiungibile… un target da raggiungere a qualsiasi costo, con qualsiasi mezzo, facendosi “largo” tra la folla, usando pastiglie che migliorano le performance mentali, relazionali e naturalmente anche il fisico, sostanze che spesso producono negli uomini una rabbia dirompente che come il napalm uccide le forme di vita vicine.

La vera sfida di questi decenni è la profonda accettazione della meraviglia della nostra unicità, del nostro essere fragili e proprio per questo profondamente veri, autentici; se sappiamo essere consapevolmente felici di ciò che siamo guarderemo anche agli altri con serena compassione per i loro sbagli, le loro debolezze. Meglio un mondo di uomini che di supereroi.

 

Anche questo fa di un uomo un Uomo.

Padri assenti – I° parte

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Si discute molto, in questi ultimi anni, del nuovo ruolo che gli uomini, i padri, sono chiamati a ricoprire all’interno di una relazione di coppia e nel coinvolgimento educativo dei figli. I nuovi “assetti sociali” con famiglie sempre più monogenitoriali hanno allontanato spesso i figli dal padre, una figura piuttosto in crisi rispetto al proprio ruolo in famiglia, nella società.

Ma davvero i figli hanno bisogno di un padre? Questa provocatoria domanda nasce dalla consapevolezza che nei decenni e secoli che ci hanno preceduto il padre, per motivi che possono essere relativi al lavoro, alla guerra o alla morte prematura è sempre stato relegato al ruolo di “procacciatore di cibo”: un uomo proiettato all’esterno della famiglia, che si occupa del mantenimento della prole, mentre la donna dell’accudimento. Le cose hanno funzionato così, ed anche bene, per molto tempo.

Nei miei numerosi incontri formativi con gruppi di soli uomini ho notato che ogni maschio ha molti padri e, spesso, quello biologico non è tra questi. Ogni uomo ha più “uomini-padri” che gli hanno mostrato con i fatti, più che con le parole, cosa significa essere maschio, che ha manifestato nella quotidianità i propri valori come l’altruismo, la responsabilità verso la famiglia e l’azienda dove lavora, l’amore per un’altra persona e per i figli.

Non servono tante parole, infatti le persone attraverso le scelte quotidiane manifestano i propri valori, ciò che è per loro davvero importante: se ho tempo da dedicare ai miei figli significa che sono importanti, se sento il desiderio di vederli, sentirli, abbracciarli significa che tengo a loro, se manifesto il mio affetto per loro significa che li amo.

I nuovi padri sono chiamati a “strappare” i propri figli dalle braccia rassicuranti delle loro madri e passare del tempo con loro, guidarli nella natura per ritrovare il rapporto con la nostra parte primitiva e gli istinti, portarli dove ci sono animali per insegnarli il ciclo della vita e che prendersi cura di qualcuno comporta impegno e dedizione, accompagnarli a qualche mostra e nelle città d’art per fargli capire come la bellezza e la spiritualità fanno di una persona una grande persona.

Non rinunciamo a loro, soprattutto quando non sono come li abbiamo sognati e desiderati, soprattutto se non sono i più bravi a scuola, o nello sport, se non manifestano interesse per la nostra azienda o per la nostra professione… lasciamo scegliere a loro il proprio futuro.

Non rinunciamo a loro soprattutto quando manifestano il loro profondo disagio dicendo che non ci vogliono bene, che siamo dei pessimi padri, e che abbiamo sbagliato tutto, con loro. Le persone manifestano, urlano il proprio bisogno d’amore spesso con modalità “strane”, disfunzionali… e sta a noi, padri e uomini, capire cosa si cela dietro un silenzio ed un broncio, dare voce alle emozioni che i nostri figli non sanno esprimere, anche la rabbia, il dolore… se guarderemo dentro noi e saremo in grado di accettare ciò che siamo, con le nostre fragilità e contraddizioni, allora finalmente saremo in grado di ascoltare e capire i nostri figli. Si chiama empatia.

Anche questo fa di un uomo un Uomo