Archivio mensile:gennaio 2017

Ho conosciuto il mio dolore

Gli uomini hanno generalmente paura del dolore, sia quello fisico che quello dell’anima. Lo evitano, ci stanno ben distanti e se lo riconoscono ci passano attorno, senza affrontarlo.

Ho cercato su google immagini che rappresentano un uomo addolorato: come trovare un ago in un pagliaio… mi sembra significativo.

L’immagine che i maschi intendono proiettare di sé è inesorabilmente quella di un vincente, di quello “che non deve chiedere mai”, di chi sa il fatto suo, ed è sicuro.

La realtà è davvero diversa, molte persone sono a disagio e fragili. Gli uomini lo sono.

È vero, la vita è difficile, ma se ci guardiamo indietro negli anni, in realtà non è mai stata facile come in questi decenni, eppure a molti sembra che oggi sia il giorno più difficile, e che domani lo sarà ancora di più.

Quando sei cresciuto non ci sono più madri a consolare ed accogliere, né (giustamente) compagne che siano in grado di proteggere e di sostenere le tue angosce, il dolore, il profondo disagio.

Sei solo. Questo è il punto, con le tue (magari poche) forze, con le cicatrici dell’anima che ti porti dentro, per essere stato magari un bambino poco amato, o poco valorizzato, per quelle volte che ti hanno picchiato e maltrattato, per tutte quelle volte che non ti hanno capito, o incoraggiato.

Questo siamo, e fanculo l’immagine e gli stereotipi che Men’s healt, For Man, Fox Uomo, oltre ai superdotati di youporn ci propinano. Possiamo (dovremmo) permetterci di ascoltare il senso di nullità, il vuoto esistenziale, il dolore che a volte ci attanaglia ed immobilizza, perché la resurrezione passa sempre attraverso il Golgota, ed un seme diventa pianta solo se muore.

Qualcosa deve morire, dentro noi, deve abbandonarci per fare posto a nuove consapevolezze, possiamo smettere di ricercare abbracci che decidiamo di far rimanere nella nostra memoria e patire il freddo di una notte buia e paurosa nella certezza (speranza?) di una nuova alba.

Mauro Cason

Contratto di Utilizzo del primo Smartphone di… stipulato unilateralmente da PAPA’ E MAMMa…

CONTRATTO di UTILIZZO del PRIMO SMARTPHONE di _______________ STIPULATO UNILATERALMENTE da PAPA’ e MAMMA e SOTTOSCRITTO da _________________

 

Caro ………, quel che segue è il contratto di utilizzo del tuo primo cellulare. Leggi con attenzione i punti che lo compongono, possiamo parlarne assieme e discuterne, ma una volta che lo avrai sottoscritto diventerà attivo e dovrai rispettarlo altrimenti il cellulare ti sarà requisito.

Sappiamo che la strada che stai percorrendo ti porterà a diventare un adulto curioso, attento, equilibrato e… responsabile! Il compito di noi genitori è quello di aiutarti, consigliarti e accompagnarti nel tuo percorso di crescita.
Il telefono che ti abbiamo “regalato” ti catapulta nel mondo del cyberspazio, sarai in contatto quotidiano con la tecnologia, strumento estremamente utile se usato a nostro vantaggio e non a svantaggio di altri. Per restare la persona che sei, sarà essenziale imparare a convivere con la tecnologia senza farsi dominare da essa!

Il telefono è di papà e mamma. Lo abbiamo comprato noi e abbiamo firmato il contratto telefonico che userai tu. Ci fidiamo di te e te lo prestiamo. A tutti potrai dire che è tuo!

Sapremo sempre qual è la chiave di accesso per sbloccare il telefono e non la useremo senza il tuo permesso. Ti suggeriamo di non condividerla con altri, neppure con un amico. Il telefono contiene cose tue, non fare in modo che qualche “burlone” possa avere la tentazione di entrarvi e farti uno scherzo.

Se suona… rispondi! È un telefono, serve per comunicare. Sii educato con tutti, ma non sentirti a disagio se dovrai dire “Ci sentiamo più tardi. Ora non posso. Scusami.”
Non provare mai a ignorare una telefonata se sullo schermo compare la scritta “mamma” o “papà”.

Il telefono dovrà essere spento dalle 20.00, quando spegni la luce dell’acquario! Anche tu, come i pesci hai bisogno di staccare la spina, ma… ricordati di mettere il cellulare in carica altrimenti non potrai riaccenderlo il giorno dopo. La notte tu riposi in camera, lui in cucina con la famiglia Telefonini.

Se ti capiterà di pensare che non puoi telefonare a una persona al fisso in questo momento, perché temi di disturbare o che rispondano i genitori dell’amico/a, fidati del tuo istinto e non chiamare o scrivere messaggi neppure al cellulare. Rispetta le altre famiglie come rispetti la tua.

Viene ricaricato mensilmente attingendo direttamente dal conto corrente di papà e mamma, questo fino al raggiungimento della soglia, l’eventuale eccesso sarà a tuo carico. Se il telefono cade e si rompe, fai un tuffo in piscina tenendolo in tasca… o scompare misteriosamente, sei responsabile del costo di riparazione o sostituzione che saranno prelevati dal tuo conto corrente … quindi, risparmia!

Non usare la tecnologia per mentire, deridere, ingannare o altro di cui ti potresti pentire. Non lasciarti coinvolgere in conversazioni che possono ferire qualcuno. Sii un buon amico, non ti mettere nei guai e non mettere nei guai gli altri. Se vieni coinvolto in una chat il cui pensiero non ti appartiene, non stare zitto perché chi tace acconsente! Con educazione esprimi il tuo parere in merito. Ricordati che l’intelligenza empatica ti permette di restare una persona di valore.

Non scrivere in un messaggio o in una mail qualcosa che non diresti guardando una persona negli occhi o qualcosa di cui ti vergogneresti di affrontare a voce con noi, un insegnante o un adulto di cui ti fidi e hai stima.

Spegnilo, mettilo in silenzioso, riponilo quando sei in un luogo pubblico con altre persone. Soprattutto se sei in un ristorante, cinema, mostra, chiesa, teatro… o mentre parli con qualcuno. La maleducazione non è parte di te, non permettere che la tecnologia ti cambi.

Non inviare o chiedere foto personali, riservate, intime… tue o di qualcun altro. Non imbarazzarti, potrai essere tentato di pensarlo/farlo e potrai sentirtelo chiedere. È molto rischioso e potrebbe rovinarti la vita a scuola, in paese, tra gli amici e anche da adulto. Il cyberspazio è molto più potente di te, arriva ovunque ed è praticamente impossibile eliminare ciò che vi è transitato come una foto, un video, un commento su facebook.

Non ti fidare degli sconosciuti nel cyberspazio come nella vita reale, ma accogli l’altro con disponibilità, non essere prevenuto. Non tutti quelli che incontrerai nella tua vita desidereranno il tuo bene e la tua felicità. Magari te ne offriranno una di apparente e temporanea, ma gli effetti potranno avere ripercussioni nella vita.

Incontrare realmente qualcuno che si è conosciuto in Rete può essere davvero pericoloso, neppure se ti ha inviato foto o l’hai visto su Skype o attraverso una video-chat. Diffida da chi ti dice di non parlarne ad altri o che adulandoti ti fa pensare che sia la cosa giusta da fare. Il giusto può essere fatto alla luce del sole e se ne può sempre parlare con mamma e papà.

Probabilmente farai qualche “casino”, non te ne preoccupare, succede anche a noi. Ad esempio potrà capitare che ti sia ritirato il telefono, non sarà una tragedia. Ci metteremo seduti, ne parleremo cercando di capire e ricominceremo da capo trovando nuove strategie. In una famiglia unita si fa così, ogni giorno si imparano cose nuove e insieme si sceglie quale via percorrere per raggiungere la meta.

Per visionare, consultare, scaricare… applicazioni, giochi, video e quant’altro da Internet ci consulteremo.

Noi siamo e saremo sempre dalla tua parte, ma questo comporta anche dirti qualche “no” per aiutarti a crescere e diventare un adulto che rispecchi la bella persona che già sei.
Speriamo che tu sia d’accordo con quanto letto nel contratto e che tu decida di sottoscriverlo. Perché lo speriamo? Perché abbiamo una gran voglia di iniziare a scambiarci messaggi con te.

Con infinito amore
mamma e papà

data, ………

 

Mauro Cason.

Man at work

 

Uomini e lavoro, un binomio indissolubile, un luogo, un tempo, uno “stato dell’essere” dove i maschi si riconoscono, l’attività professionale che fa parte integrante della propria identità.

Gli uomini si riconoscono per quello che fanno, più che per quello che sono, e ciò che fanno dice molto di loro, quindi più sono in grado di fare e di realizzare, più il loro lavoro è socialmente riconosciuto più loro si sentono importanti, riconosciuti ed accettati.

Se fai un lavoro importante sei in gamba, se guadagni molto sei davvero in gamba, se i tuoi dipendenti ti stimano, gli amici invidiano ed ammirano sei davvero ok.

Facile capire come la perdita del lavoro o il fallimento dell’azienda diventa una “crisi” che per qualcuno è insuperabile.

Il 2016 è stato l’anno in cui si è verificato il maggior numero di suicidi, dove gli imprenditori superano i disoccupati ed il laborioso nordest è al primo posto di questa triste classifica, probabilmente per il fatto che lì c’è una visione del lavoro “che riempie l’esistenza”, in cui vita personale e professionale si fondono senza riuscire ad essere distinti… e distanti.

Ci sono uomini che sono in grado di reagire alla perdita del lavoro, che hanno la forza psicologica e le competenze per rimettersi in gioco e trovare un’altra opportunità professionale, una nuova collocazione sociale, altri che non hanno strumenti né capacità per trovare un nuovo lavoro e quindi vivono una situazione di profondo disagio e dolore.

Per quegli uomini che sono inseriti in una “rete sociale” che è in grado di offrire sostegno affettivo ed opportunità lavorative diventa relativamente semplice reinventare la propria esistenza professionale, ma se non si è inseriti in un contesto di sostegno affettivo (soprattutto) e di persone che sono in grado di aiutarci nel trovare un nuovo lavoro le giornate diventano maledettamente in salita, il futuro incerto e pauroso. Ci sono momenti di profonda solitudine, che gli uomini sono chiamati ad affrontare.

Papà, sono frocio!

Il rapporto degli uomini con l’omosessualità tocca spesso un tasto dolente, un ambito di cui si parlava davvero poco nei decenni scorsi: l’outing è un “fenomeno” piuttosto recente.
L’immaginario maschile infatti vuole che l’uomo sia sempre “ a caccia” di donne, che sia sessualmente molto attivo, e che abbia il maggior numero di amanti possibili. Queste sono le aspettative che il maschio sente dagli altri maschi e dalla società: un uomo sempre attivo sul lavoro, nella vita pubblica, nello sport e, naturalmente, con le donne. È indubbiamente un’immagine distorta e fuorviante rispetto all’identità maschile, perché gli uomini sentono spesso il bisogno di “riposo”, di stare a volte in disparte, di non essere un eterno cacciatore, di non essere, sostanzialmente, sempre in erezione.
Un figlio, maschio, che dichiara la propria omosessualità mette di solito in discussione il padre come colui che consegna nelle mani del figlio il “testimone della mascolinità”, un figlio di cui essere fiero come uomo, come padre e come persona; ma se questo figlio non raccoglie, anzi rifiuta “il tesoro” della mascolinità donato dal padre quest’ultimo si sente profondamente inadeguato, sbagliato, si chiede: “ma dove e cosa ho sbagliato?” Cosa ho fatto (di così sbagliato) per meritarmi un figlio così? Meglio drogato che frocio! E già sente gli sguardi addosso della gente, la gente che sa, gli altri uomini che ridono alle sue spalle, dello sfortunato padre che ha un figlio frocio…
E invece non c’è nessun errore, caro padre, ma solo la libertà, di tuo figlio, di viversi la sua sessualità seguendo ciò che sente essere giusto per lui, alla ricerca di un ben-essere che è diverso dal tuo: non c’è nulla di sbagliato in lui, non c’è nulla di sbagliato in te.
L’amore verso un figlio chiede l’accettazione incondizionata senza “se” e senza “ma”, la consapevolezza che un figlio è importante solo per il fatto che esiste, che ama e che ci ama, ben oltre alle sue preferenze sessuali.

Buon cammino, uomo!

Mauro Cason.

“Bruciare” di passione

 

Il caso della ventiduenne Ylenia di Messina che pur con ustioni di secondo e terzo grado causatele dal fuoco difende l’ex fidanzato fa indubbiamente riflettere. Al momento l’unico accusato è proprio l’ex Alessio, che ad oggi si è avvalso della facoltà di non rispondere. Non è opportuno qui affrontare gli aspetti giudiziari, ma solo quelli relazionali, cercando di proporre alcune riflessioni.
Questa “storia” vista da fuori crea molte perplessità sul fatto che la ragazza prima accusi e poi urli a gran voce che no, lui non è e non può essere stato. Alcune considerazioni:

Il fatto di bruciare la propria partner (ex o meno) sembra richiamare la Dantesca “teoria del contrappasso”, come a dire: non mi ami più, non c’è più il fuoco della passione in te ed allora io ti brucio, che è una modalità piuttosto indicativa di punire proprio perché si tratta di un reato (a volte delitto) dettato dalla passione;
Alcuni uomini non tollerano di essere lasciati, sono convinti che un vero uomo lascia e non si fa lasciare, magari Alessio non sopportava l’idea che prima o poi Ylenia sarebbe stata di un altro ragazzo. Sei mia! Per sempre, sembra dire. O mia o di nessun altro.
Ylenia avrà sicuramente paura di questo ragazzo, il loro rapporto è molto probabilmente vissuto nella modalità del “dominio-sottomissione” che viene spesso frainteso con amore, con il fatto che lui “ci tiene davvero a te”… ed invece ti tiene e basta.
Si tratta di un rapporto “malato”, di una “zip relazionale” in cui lei si sente “guidata” da lui, un ragazzo che la tiene per mano come una guardia tiene in manette un prigioniero.

Sono ancora troppe le donne vittime di queste relazioni da cui non sono in grado di uscire. Spesso si ritrovano da sole senza una rete familiare che le sostenga visto la “tacita complicità” di madri e padri che non si rendono conto del disagio affettivo che vivono i figli, che ritengono manifestazioni d’amore ciò che invece è manifestazione di possesso… ma sono le cose che si possiedono, non le persone.
Sarebbe già molto importante per le giovani donne riconoscere i segnali di “amore tossico” e stare alla larga da relazioni che diventano spesso gabbie dorate, che poi di dorato hanno davvero ben poco.
La favola della “bella e la bestia” è solo una favola: dentro un uomo-bestia non c’è mai un principe.

Papà, sono un Trans!

Accettare un figlio maschio omosessuale è difficile.

Un figlio trans lo è ancora di più.
Difficile capire perché un figlio o una figlia decidano di cambiare sesso, di non stare più bene nella propria pelle di effettuare un cambiamento così radicale. Ci si ritrova profondamente destabilizzati con un figlio non sognato, un figlio così esteriormente diverso da come lo abbiamo conosciuto da bambino, che abbiamo cresciuto e tenuto sulle spalle, che abbiamo proiettato in un futuro fatto di lavoro, famiglia “normale”, nipotini.

Rielaborare il presente ed il futuro di nostro figlio/a in ottica completamente diversa chiede una “libertà dell’ amore” davvero notevole, un andare oltre l’aspetto fisico e le scelte sessuali per arrivare al cuore ed all’anima di nostro figlio, che non cambiano, ma che hanno, come sempre, bisogni di ascolto, amore, comprensione. Non è per nulla facile, lo sappiamo, capire ed accettare scelte così radicali e destabilizzanti per il nostro ruolo di padri, che si ritrovano un figlio così diverso, così controcorrente, così maledettamente differente da come lo abbiamo proiettato nei nostri giusti sogni di genitori, lui, che era il “naturale prolungamento” della mia esistenza, delle tradizioni di famiglia, del lavoro che faccio, dei nipoti che avrebbero proiettato ancora più in là nel tempo i valori in cui crediamo, il nostro cognome, il desiderio di lasciare un segno tangibile del nostro passaggio, della nostra esistenza qui, sulla terra.
Ed invece no, questo disgraziato si presenta con i capelli lunghi e le tette, si muove come una donna, si trucca, si veste come una donna. Questo (non) è mio figlio!
L’amore verso un figlio chiede l’accettazione incondizionata senza “se” e senza “ma”, la consapevolezza che un figlio è importante solo per il fatto che esiste, che ama e che ci ama, ben oltre alle sue essere o sentirsi maschio o femmina.

Buon cammino, uomo!

Mauro Cason.

Lettera della vagina al maschio contemporaneo

Caro Maschio Contemporaneo,

ti scrivo questa lettera perché ci sono alcune cose che vorrei dirti.

In primis vorrei tranquillizzarti e spiegarti che no, non è solo la tua virilità a essere in crisi in questa epoca segnata dall’iperconnessione, dall’inesauribile pluralità d’offerta, dalla disponibilità e gratuità del porno e dalla totale confusione tra i generi sessuali.

Siamo tutti un po’ in crisi: lo sono le relazioni, le sono le generazioni, lo sono i nostri genitori che ci mandano emoticon su Facebook; lo sono i giovani che fanno più sexting che sesso; lo siamo noi donne single perennemente in conflitto tra la nostra indipendenza e la nostra solitudine; lo sono le donne sposate, che devono lavorare, ramazzare casa, adempiere ai doveri coniugali e a un certo punto anche sfornare prole. E sì, evidentemente, lo sei anche tu, caro Maschio Contemporaneo. Mi sei in crisi. Mi sei in crisi se devi crescere. Mi sei in crisi se devi assumerti delle responsabilità. Mi sei in crisi di fronte alla famiglia, di fronte ai figli, di fronte al sesso, di fronte a un motore a scoppio o a un cavo elettrico (in compenso cucini meglio di me, non che ci voglia molto). E mi sei in crisi di fronte alle donne.

Sarebbe difficile, forse impossibile, parlare della tua crisi senza parlare della nostra “emancipazione”. E uso le virgolette perché, in verità, noi donne siamo ancora incatenate da innumerevoli sovrastrutture culturali, retaggi del passato, a cui si sono aggiunte nuove paturnie, squisitamente post-moderne. Fatto sta che alcune cose sono cambiate, per esempio è cambiato il nostro approccio al sesso e – di conseguenza, oserei dire – anche il vostro.

Siamo tutti d’accordo, presumo, nel dire che la nostra generazione di donne concede la propria virtù in dosi e tempi diversi rispetto alle generazioni precedenti (leggi: la diamo via come fosse mangime ai piccioni, solo che voi a differenza degli altri volatili, che s’ammassano tutti lì a beccare il beccabile, iniziate a ritrarvi). Ciò comporta un mutamento sostanziale nelle condizioni del mercato, l’equilibrio tra domanda e offerta s’inverte, l’eccesso di disponibilità e la semplicità di reperimento rendono la merce (la passera) meno pregiata e il suo valore diminuisce. Semplice microeconomia del pelo.

Così noi donne ci ritroviamo circondate di figafobici e criptochecche, una generazione di uomini che piuttosto-mi-sego, rimpiangendo quei tempi antichi in cui se a un uomo volevi concederla, quello se la prendeva, di buon grado e il prima possibile, perché era la Sacra Fregna e in quanto Sacra Fregna andava onorata. E andava bene su per giù in qualunque modo: rossa, bionda, nera, grassa, magra, giovane, vecchia, glabra, afro, verticale, orizzontale e pure di traverso. Oggi no. Oggi non è più così.

Oggi siamo tarati sull’estetica dello YouPorn, troviamo uomini col pube bello ordinato e ci spalmiamo cera bollente sulle grandi labbra e strappiamo via, perché non vorremmo mai salire agli onori della cronaca nera con il primo caso di “Uomo Contemporaneo ucciso da un pelo pubico in gola”. Oggi ci mandiamo le foto. Le foto delle tette. Le foto del culo. Le foto dell’uccello, viviamo in uno stato di permanente e facile eccitazione che ci porta a non eccitarci mai davvero, a non afferrarlo nemmeno quel culo, a non toccarle nemmeno quelle tette, a non incassarlo nemmeno quell’uccello. Mercato del pelo e tecnologia ci hanno cambiati e ciò è innegabile. Ma non è solo questo.

Oggi abbiamo uomini che ci chiedono esplicitamente «vuoi scopare stasera?» oppure quelli che ci mandano messaggini ed emoticon per un anno senza quagliare mai. È scomparso il corteggiamento, quello misurato e consapevole. E anche la “trombamicizia” è un concetto ontolgicamente messo in discussione. Latita la disponibilità a mettersi in gioco sul piano umano, senza un fine garantito, un Roi sentimental-sessuale. La cena, la chiacchiera, il tentativo e anche l’eventuale due di picche che, signori, è solo un due di picche, mica una crisi energetica mondiale. Si può gestire facilmente.

Dieci anni fa era nell’ordine delle cose che il maschio ci provasse e la femmina si riservasse la possibilità di elargire la vituperata carta del “rimbalzo”. Era persino auspicabile o strategico, rimbalzare, se il tipo ti piaceva. Adesso sotto casa ci salutate col bacetto sulla guancia, anche al terzo appuntamento, anche quando è evidente che potreste osare, perché i segnali (inclusi quelli di fumo e il codice morse) ve li abbiamo mandati tutti (e sì, prima che qualche mente illuminata dica: «Non ti viene in mente che forse non ti bacia perché non gli piaci poiché sei un cesssssso?», rispondo: «Se non gli piaccio può benissimo smetterla di cercarmi, e flirtare, e fare allusioni»).

Perché in fondo vi dite che c’è la parità, perché dovete provarci sempre voi? Perché siete maschi. Ecco perché.

Ma il problema è proprio qui. È che i concetti di “maschio” e “femmina” sono un po’ come quelli di “destra” e “sinistra”. Categorie del pensiero, ormai superate, obsolete. E riflettendoci, se provo a vestire i tuoi panni, caro Maschio Contemporaneo, mi accorgo che nemmeno i tuoi sono comodissimi. Che le Donne Contemporanee sono bizzarre.

Che stra-lavorano e sono stra-stressate perché giustamente vogliono essere Miranda Priestley ma anche Mary Poppins. Che vogliono trovare l’uomo giusto mentre alternano sapientemente (meglio dei peggio bad boys) tre trombatori in contemporanea. Che anelano alla tenerezza e poi chiamano i propri amanti con soprannomi indicibili e ne compilano la pagella dopo ogni prestazione erotica (pagella che viene prontamente inviata in triplice copia su whatsapp alle amiche). Che parlano di cazzi e orifizi manco fossero smalti e ombretti, ma poi sognano la favola. Che si dichiarano pubblicamente illuminate pompinologhe, ma però vogliono il messaggino della buonanotte. Che sono onnipotenti ma crollano per un paio di doppie spunte blu senza risposta. Che se non dai attenzioni sei uno stronzo, e se ne dai troppe sei uno sfigato. Che sono amazzoni metropolitane ma deve invitarmi prima lui. E deve accettarmi per quella che sono, ma comunque come cazzo si veste?!

Che un cuore dichiarano d’avercelo, ma in fondo alla vagina. Che sono emancipate ma il conto per piacere pagalo tu (perché sì, è una questione di eleganza). Che le dimensioni contano, e per piacere non eiaculare nel tempo di uno starnuto, e ti serve mica il gps per trovarmi il clitoride? Che vorrei sapessi montare un mobile, ma anche stirarti le camicie, ma anche cogliere le mie sofisticate citazioni, ma anche consigliarmi i migliori libri da leggere, ma anche farmi ascoltare la musica più figa, ed essere divertente, sagace, piacente e naturalmente pazzo di me. Altrimenti stiamo meglio da sole o con il vibratore azzurro, principe indiscusso della nostra sessualità, capace di arrivare dove nessun uomo potrà mai, facendoci scoprire inediti orizzonti del piacere grazie alla sua meccanica precisione e ricaricabile batteria.

Ecco, sai cosa c’è, Caro Maschio Contemporaneo? Non saprei indicarti la soluzione. So che siamo in questa situazione qua. Che noi siamo così e tu (e i tuoi esimi colleghi) siete lì. Che preferite guardarvi qualche puntata della vostra serie del momento e poi praticare del sano onanismo, che non contempli l’interazione con una di noi, curiose creature femminili dell’oggi.

Posso solo dirti, caro Maschio Contemporaneo, che come tu hai paura d’avere il cazzo piccolo, io ce l’ho che non ti piaccia il mio corpo. Posso solo dirti che come io cerco conferme, le cerchi anche tu. Posso solo dirti che possiamo provare a evolverci, come si fa sempre dopo le crisi, e diventare persone nuove, con fragilità e insicurezze assimilabili. Adulti imperfetti che provano a stare al mondo, trovando un equilibrio e tendendo al benessere condiviso. Posso solo dirti, caro Maschio Contemporaneo, che ormai siamo cresciuti. E che abbiamo tutti, uomini e donne, le nostre paure, le nostre nevrosi, i nostri fallimenti e le nostre storie di merda alle spalle. Che non è una gara. Che non c’è da aver così tanta paura.

E, francamente, credimi: fare l’amore è meglio che vederlo, toccare un culo è più appagante che guardarlo in foto, e una fellatio – se ben fatta – è più conciliante di una passeggiata in alta montagna. E no, non pretenderemo che ci porti all’altare poi. E te lo giuro: nessuno è mai morto soffocato da un pelo pubico.

E quando sei a letto con una donna, amala, anche solo per 30 minuti (che slancio d’ottimismo): ama la sua pelle, ama la sua bocca, ama i suoi capelli, e i suoi occhi, e la sua fica. Che sia rossa, bionda, nera, grassa, magra, giovane, vecchia, glabra, afro, verticale, orizzontale e pure di traverso. Amala così, anche solo per 30 minuti, che ci serve a riscoprirci umani. Fatti di carne, e istinti, e sapori, e odori, così come siamo. Non come appariamo.

Tivvubbì,

Vagina

(da l’inkiesta).

Mauro Cason.