Trump, il macho che piace


Ha vinto lui, contro ogni aspettativa, ribaltando tutti gli autorevoli sondaggi e le convinzioni degli opinionisti politici, contro addirittura qualche membro del suo partito che quando ha sentito “puzza di sconfitta” si è tirato indietro per non farsi del male: la disfatta è sempre orfana e non piace a nessuno, meglio scendere quanto prima dal carro dei perdenti.

Un uomo bizzarro e strampalato Trump, l’icona del politicamente scorretto, l’immagine del self made man che piace tanto agli occidentali ed agli Americani in particolare, che incarna perfettamente gli ideali (o mancanza di ideali) dell’Americano medio, ma che nel momento del voto vale uno (una testa=un voto).

Abbiamo parlato più volte, in questo blog di sindrome da Telemaco (il figlio di Ulisse che ha atteso per anni il ritorno del padre), della “nostalgia” dell’uomo forte, che sistema le situazioni difficili, a cui ci si può affidare, un uomo deciso e decisionista, leggermente aggressivo e senza fronzoli, che dice pane al pane e vino al vino, che ha un rapporto di dominio-sottomissione con le donne ma anche con gli uomini, per il fatto che è ricchissimo, e potente.

Le persone desiderano quindi delegare a Trump ciò che non riescono a fare, ambiscono in fondo essere come lui, uomini di successo, ammirati, invidiati, di quell’invidia che fa stare bene perché conferma una visione up-down del mondo e delle persone, dove ci sono pochi up e molti down e Trump è indubbiamente uno Up.

Quando le persone sono consapevoli di essere esse stesse protagoniste del proprio destino, che il responsabile dei propri problemi e delle debolezze lo si trova riflesso nello specchio del bagno quando ci guardiamo al mattino, viene meno il desiderio di un eroe che ci toglie dai guai, infatti per gli adulti il padre non è più l’eroe che spiana la strada e ci fa da “spazzaneve”.

Oramai siamo grandi, e dobbiamo cavarcela da soli, con le nostre energie e capacità.

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