Era solo uno gioco…

Emma, Matteo ed Eleonora sono tre bambini di nove anni che giocano spesso assieme. Una sera la mamma di Eleonora chiede loro di rimanere per un pigiama party a cui sono presenti anche Max, il fratello più grande di Eleonora e la sua coetanea Sonia, di circa 12 anni.

Ad un certo punto Sonia propone il gioco chiamato “obbligo o verità” e ad Emma viene chiesto di “sottostare” all’obbligo di permettere a Max di toccarle un seno. Questo accade per due volte, nonostante la bambina si lamenti che le fa male e poi la sera stessa riferisca ai propri genitori l’accaduto. Questi ultimi si recano a casa dei genitori di Max ed Eleonora per esprimere il loro disappunto rispetto all’accaduto pretendendo la richiesta di scuse da parte del ragazzino, ma la madre sostiene che Max non deve scusarsi, che in fondo era soltanto un gioco…

… è proprio da qui, da un genitore che difende il figlio perché “non ha fatto nulla di male”, che nasce il sessismo di genere, la mascolinità tossica che poi ritroviamo nei piccoli gesti quotidiani disseminati nella quotidianità delle donne.

È proprio questa modalità, esattamente questi “valori” che ritroviamo in ufficio quando qualcuno “per gioco” tocca il culo alla collega, quando qualcun altro “per gioco” prende in giro la responsabile definendola “culona inchiavabile”, quando il collega ti parla guardandoti le tette e non gli occhi…

Iniziamo da noi, genitori e padri, a dire: no! A dire: non è un gioco… a chiedere scusa, a cambiare la cultura della sopraffazione ed i relativi comportamenti.

Possiamo, dobbiamo farlo!

Il senso del vuoto

Il vuoto, inteso come “area intermedia” tra me e l’altro è uno spazio in cui condividere, confrontarsi, sfiorarsi, una “terra di nessuno” dove uscire dalle nostre confortevoli trincee per stringerci la mano e guardare al mondo da nuove prospettive, è un luogo di incontro autentico.

Ci sono persone molto impaurite dal vuoto, che hanno bisogno che ogni cosa sia illuminata di luce intensa, che tutto sia (per loro) chiaro, uomini e donne che desiderano riempire quel vuoto che fa paura come quando ti senti cadere, quel vuoto che ci rimanda come un eco il senso (forse la nullità) della nostra esistenza, quel vuoto che amplifica il disagio e permette al dolore di espandersi, che apre orizzonti oltre al nostro sguardo, che fa emergere la nostra parte oscura, il nostro mondo interno di cui sappiamo così poco.

Quel vuoto dove le ombre si distendono, un luogo “non luogo” pieno di poesia, e musica, e bellezza.

Quel vuoto dove voglio, posso incontrare te, se anche tu provi il desiderio di incontrarci, dove io condivido parti di me e tu di te, oltre il giusto ed il non giusto, oltre il tempo che ci attraversa. Oltre noi.

Il narcisismo necessario

Si discute molto, in questi ultimi anni, attorno al tema del narcisismo, come una modalità dell’essere che esclude l’altro, crea relazioni disfunzionali che tendono alla dipendenza, all’esaltazione del narcisista, un uomo, una donna al centro dell’universo.

Eppure, vi è un periodo nella nostra vita in cui la “soddisfazione narcisistica” è fondamentale e se questa fase non viene superata le persone inseguono il “sé grandioso” per tutta la vita.

Il bambino, nei primi mesi di vita, ha assolutamente bisogno di sviluppare e coltivare un narcisismo che nutra il suo senso di autoefficacia, la fiducia nelle proprie capacità. Ha bisogno di genitori capaci di sintonizzarsi con lui e, rispondendo alle sue aspettative, lo convincano di essere “capace di tutto”, di essere in grado di raggiungere qualsiasi obiettivo, adulti in grado di assecondare questo “delirio di onnipotenza” nella consapevolezza che, crescendo, l’incontro con la realtà permetterà di mitigare questo sano narcisismo.

Se invece questa fase non viene adeguatamente supportata, il bambino, crescendo, cercherà continuamente persone che gli confermino le proprie illusioni.

Il narcisismo può essere di tipo proiettivo, quando idealizzo persone, cantanti, squadre, partiti politici oppure speculare, quando desidero che gli altri mi vedano come un “vincente”, mi considerino capace. Entrambe queste modalità evidenziano una ferita narcisistica ancora aperta e compromettono seriamente le relazioni affettive, amicali.

Abbiamo tutti ucciso Roberta

Ci risiamo. Il caso di Roberta Siragusa, la diciassettenne siciliana prigioniera di un amore che soffoca prima l’esistenza e poi la vita è l’ennesimo, ma non l’ultimo, femminicidio.

I segnali premonitori (inascoltati) ci sono tutti, come sempre: un ragazzo, Pietro, geloso ed ossessivo che alza le mani sulla fidanzata quando si arrabbia, che le impedisce una vita sociale, che vuole fare l’amore quando sente che lei prova qualche tipo di interesse per qualcuno che non è lui, come se sesso equivalesse a possesso, come piantare la “bandiera sul territorio”, su di lei la, la “sua” ragazza.

Tutto normale… “sono ragazzi” direbbe qualcuno, abituali scaramucce… la gelosia percepita come manifestazione evidente di amore intenso.

Una comunità che ha tollerato, genitori di lui che cercano di difenderlo supportando l’ipotesi che Roberta si sia uccisa con il fuoco, un fuoco che purifica, che cancella la presenza, come si potesse ricominciare daccapo dopo il “game over” di un videogioco. Il mattino dell’omicidio la stanza di Pietro è in perfetto ordine, come a dire che è un “bravo ragazzo”, come a dire “siamo una famiglia perbene”, come cercare di mettere ordine in una vita scissa e disorganizzata.

“Se mi rifiuti ti tratto come un rifiuto, ti butto giù dalla scarpata, nell’immondizia”, sembra essere il ragionamento malato del fidanzato. Così è stato.

Quando finiremo di considerare amore una relazione malata, disfunzionale, tossica? Dobbiamo dire ai nostri figli (maschi e poi femmine) che quello davvero non è amore, che se la tua anima grida il bisogno di libertà devi ascoltarla, che non sei tenuta a stare con lui perché c’è un fidanzamento “ufficiale”, che le scelte non sono mai destino e che puoi cambiare strada se senti che quella percorsa non ti appartiene più.

Ce la faremo?

Sei il mio principe, la mia principessa!

Alcuni genitori eleggono i propri figli al ruolo di principe o principessa, investono emotivamente ed affettivamente in una relazione che dovrebbe essere “separante” ma che si trasforma inesorabilmente in una relazione “chiusa”, profondamente affettiva, ma di un amore che trattiene, che chiede di rimanere, desidera essere ricambiato, che crea un ambiente iperprotettivo, spesso soffocante. Una “specie” di innamoramento del genitore maschio con la figlia femmina e viceversa.

Sei il mio principe, la mia principessa… nostro figlio, nostra figlia si sentono eletti a “prescelti”, scalzando in qualche modo gli altri fratelli (se ci sono) oppure il partner dello stesso sesso e vivono una profonda confusione affettiva e sessuale su chi è il vero ed unico partner affettivo di mamma, di papà. Un complesso edipico (o di Elettra) che non si riesce a superare.

Se la coppia genitoriale vive una situazione di crisi affettiva questa “investitura” avviene più frequentemente: uno dei partner sostituisce il compagno/a con il figlio/a incastrandolo in una relazione disorganizzata e pericolosa impedendo un’autentica e sana separazione, la possibilità di intraprendere la propria strada.

Uomini che da “adulti” non riescono ad essere indipendenti dalla madre, donne che non riescono ad esserlo con il padre, eterni figli che non riescono a diventare grandi, in-dipendenti.

Ciuccio elettronico

Da alcuni anni si assiste ad un fenomeno che vede i genitori far utilizzare il proprio smartphone ai figli, spesso anche se piccolissimi.

L’obiettivo è di farli stare “buoni e tranquilli”, che lascino gustare una cena in compagnia, una chiacchierata con l’amica, la serie preferita su Netflix.

Il mondo del web viene quindi sperimentato da queste “menti acritiche” senza qualcuno che li tenga per mano; i bambini invece hanno assolutamente bisogno di adulti che “medino”, che spieghino e traducano con un linguaggio comprensibile ciò che vedono “senza filtro”.

L’associazione dei pediatri italiani ha da tempo lanciato l’allarme suggerendo: mai tablet e smartphone prima dei due anni e dopo questa età solo se centellinato ed in presenza di un adulto… mai durante i pasti, mai prima di andare a letto.

Il potere “eccitante” delle immagini, dei suoni che provengono dal “ciuccio elettronico” non permettono al bambino di vivere quella situazione di “quiete produttiva”, quella “passiva attività” che lo aiuta a rielaborare quanto vissuto, di far decantare i momenti, le emozioni, la vicinanza di un genitore o di un adulto significativo.

È una dimensione fondamentale anche per gli adulti, la capacità di “silenziare” gli stimoli esterni per riuscire ad ascoltare quelli interni. Basta abbassare del tutto il volume, staccare la spina… e tornare a riveder le stelle dopo aver spento il sole.

Helper

Ci sono persone (definite “helper”) molto ben disposte ad aiutare gli altri, a donarsi, uomini e donne che investono molto del proprio tempo in associazioni di volontariato o parrocchie, in relazioni affettive disfunzionali dove si sentono protagoniste, riconosciute, gratificate nel ruolo che si sentono “cucito addosso”, vi troviamo anche madri (raramente padri) completamente devote a mariti o figli. Helper possono essere anche i “professionisti” dell’aiuto, come assistenti sociali, oss, insegnanti, medici, psicologi, sacerdoti…

Il rischio di un helper è di attivarsi in modalità “buon samaritano” (o crocerossina), di donarsi fino al punto di non aver più nulla da dare, fino a sentirsi svuotato e triste oppure arrabbiato, perché l’amore che doni non torna (mai!) come vorresti.

Ci sono uomini e donne che hanno il desiderio di “riparare” gli altri nella speranza che, una volta “redente”, queste persone siano in grado di ricambiare l’amore ricevuto, di restituire gratuitamente e senza condizioni i sorrisi, il tempo, l’ascolto, un abbraccio, la tenerezza di un sorriso… di amarli di un amore inesauribile.

A volte doniamo amore perché ne siamo profondamente bisognosi, talvolta diventiamo helper nella speranza che qualcuno ci salvi, ci ami, sperando o pretendendo che questo accada.

Questa “fame d’amore”, di riconoscimento è un pozzo senza fine ed attiva dei meccanismi che conducono inevitabilmente al fallimento relazionale: nessun helper può soddisfare questa insaziabile “fame”.

Manca qualcosa

Manca qualcosa, manca sempre qualcuno, nei giorni di festa, all’inizio di un nuovo anno, quando vorresti essere presa per mano, quando il futuro spaventa e ti senti fragile.

A volte desideri cieli sgombri e sole che riscalda, ché trovi difficile imparare a danzare sotto la pioggia… a volte vorresti chiudere gli occhi ed arrivare già a domani, o in cima alla montagna che vuoi salire oppure hai profonda nostalgia di un abbraccio che rassicuri.

A volte ti rendi conto che sai benissimo ciò che non sai, che conosci fin troppo bene i desideri, le emozioni, i bisogni che nascono dalla tua profonda essenza.

Quando ti ascolti trovi un mondo straordinario dentro te, che vuole liberarsi, desidera esprimersi, essere come una statua che desidera uscire da un blocco di marmo, come sentirsi leggeri nonostante la pesantezza dell’esistenza, come sentirsi farfalla, come sentirsi “hero, just for one day”.

Sentirsi sfondo

A volte ti senti “sfondo” rispetto ad un’esistenza messa a fuoco in altre dimensioni, spettatore di persone e situazioni che ti passano davanti in un percorso a cui non sai dare un senso, e ti chiedi dove vanno… e perché.

A volte ti senti immobile di fonte ad un mondo che si muove veloce, troppo veloce, come in stazione quando (quasi) tutti i treni sono già partiti.

A volte vuoi rimanere immobile a guardare tramonti che piano piano lasciano spazio al buio, nella consapevolezza che correndo perdi la bellezza del presente mentre lo stare seduti in riva al mare ti permette di cogliere ogni istante di universo, il respiro del mondo.

E pensare a ciò che poteva essere ma non è stato, a ciò che potrebbe essere e non sarà, a ciò che è.

A volte ti senti invisibile, altre vorresti esserlo, lasciare che l’universo faccia il suo percorso senza te, ché tanto (forse) è lo stesso.

Un giorno saremo dimenticati, perduti nel tempo del tempo e di noi non resterà che qualche frammento di ricordi perduti, alcune tracce nel mondo effimero del web, qualche gene sparso negli occhi di bambini ignari e sorridenti.

Persone tangenti

Ci sono persone che si avvicinano ma “di striscio” e si fanno soltanto sfiorare, che non incontri mai davvero, con cui è impossibile stabilire un rapporto autentico, profondo, i cui abbracci non sono mai coinvolgenti, i sorrisi stereotipati e di circostanza, i discorsi mai sul “dunque”, persone che non conoscono la dimensione del silenzio o dell’ascolto, né la possibilità di condividere il proprio mondo interno. Eppure le incontriamo ogni giorno, magari ci dormono accanto oppure sono un fratello, un collega di lavoro, un figlio.

“Non guardarmi davvero” sembrano chiederci, non scrutare dentro di me perché è troppo destabilizzante, minaccioso ciò che potresti vedere, che io potrei (ri)conoscere. Meglio veleggiare in superficie, non allontanarci dalle spiagge sicure, dal “come va?”, da un’apericena, da una pacca sulla spalla ed un “vedrai che tutto si sistemerà!”

Ed avere poi quel velo di tristezza mentre le guardi andare verso un altro incontro “tangente” e dirsi che no, non ci stai più a far finta che siamo amici, che certi rapporti vanno davvero evitati, che sono differenti le strade che vuoi percorrere, che i tesori veri sono sempre sottoterra e la bellezza oltre la superficie. Oltre.